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Comprendere le proprie api rappresenta un grande vantaggio. Si ha sempre sotto controllo il loro stato di salute e si può reagire prontamente ad ogni cambiamento nella colonia. Il risultato è una famiglia forte e sana, che è una gioia osservare. Per moltiplicare questa soddisfazione, lo scorso anno ho deciso di costruire un monumentale tronco alveare. Non mi ero mai cimentato in qualcosa di simile e anche su internet non ho trovato alcuna guida dettagliata.

Saper leggere le proprie api è senza dubbio un vantaggio. Si controlla lo stato sanitario della colonia e si può rispondere ad ogni cambiamento. Il risultato è una famiglia forte e sana, che fa piacere solo a guardarla. Non bastandomi questa gioia, lo scorso anno ho deciso di cimentarmi nella costruzione di un imponente tronco alveare. Non avevo mai realizzato nulla di simile prima e online non sono riuscito a trovare alcuna istruzione dettagliata. Ma quando, per puro caso, mi sono ritrovato con un grande pezzo di tronco di frassino solo a costo del trasporto, perché non provare? Il trasporto pianificato del tronco, con diametro di 1,2 metri e lunghezza di 2 metri, è andato a buon fine e nel mio giardino si trovava quel pezzo grezzo. Era così grande che avrei potuto sistemarci sopra tutta la famiglia, con ancora spazio libero per un passante curioso.

Prima che il tronco potesse essiccare troppo, ho dovuto eliminare la corteccia. Con l’ascia ho iniziato dalla prima metà. Con l’aiuto di un veicolo e di cinghie di fissaggio con una portata di diverse tonnellate, dopo diversi tentativi sono riuscito a rovesciare il gigantesco tronco e a scortecciare anche il lato opposto. Tre giorni di lavoro ed ero appena all’inizio. Nel secondo passaggio, con la motosega, ho tagliato la parte posteriore del tronco, che sarebbe diventata la futura porta dell’alveare-tronco. Trattandosi di uno sportello ingombrante e pesante, per alleggerirlo l’ho svuotato per primo. La cavità ricavata, alla fine l’ho riempita con schiuma isolante e coperta con un foglio di alluminio.

Era pronta la base per scavare la camera biologica del tronco. Quanto lavoro mi aspettava ancora? Ho ricordato il vecchio detto: “Mani mie, non temete, che non lavorerete…” Se le mani avessero avuto ragione, se la sarebbero data a gambe appena visto quel tronco colossale. Ma lavorare è toccato a loro. Sulla superficie già preparata ho tracciato le dimensioni della cavità adattate alla misura del telaino standard 39x24 cm. Con la motosega ho iniziato a tagliare a distanze di 10 cm la superficie che doveva diventare la stanza delle api. Una volta segata la prima fascia di 10 cm, ho rimosso i blocchetti ottenuti con uno scalpello e una mazza. Da lì è iniziato il minuzioso lavoro di rifinitura di angoli e superfici con lo scalpello. Il duro legno di frassino non si lascia lavorare facilmente. Il legno gemeva e così le mie mani. Ho tagliato e scavato per quasi due mesi, finché la camera interna ne ha raggiunto la profondità desiderata. Passo successivo – creare il tetto di scandole. Mi sono ispirato ad una vecchia fotografia della lavorazione di coperture in scandole. Ho replicato il sistema con un piccolo miglioramento e ho realizzato il nuovo tetto. La base della copertura era una tavola in truciolato, tagliata al diametro di una ruota di dimensioni maggiori rispetto al tronco stesso.

Ho fissato alla base un montante centrale inserito in un supporto metallico. Ho avvitato otto travicelli al montante, collegandoli con tre ordini di listelli. I listelli servivano da supporto per inchiodare le scandole, realizzate per me da un abile artigiano locale. Il principio della struttura è molto simile a quello di ogni tetto domestico, con la differenza che qui il tetto è a punta. Come ultimo tocco decorativo, ho aggiunto una punta in legno al centro superiore. Il tronco scavato è stato posizionato su una base in pietra, vi ho collocato il tetto di scandole e a quel punto metà dell’opera era fatta. Ho poi sistemato la cavità interna sino alla misura esatta e l’ho rivestita con perline di legno.

Considerato che il taglio con motosega non è certo un lavoro di precisione millimetrica, ho dovuto utilizzare anche delle listarelle a cuneo. Lo spazio destinato ad ospitare i telaini doveva essere preciso. L’ultima modifica della cavità è stata la realizzazione di una paratia di chiusura, per evitare che, all’apertura dell’alveare, le api mi assalissero subito per contare dove le avessi alloggiate. Nulla di più facile: ho acquistato un pannello di plexiglas, vi ho montato delle piccole cerniere ad aletta e l’ho bloccato con un chiavistello in legno fatto a mano. Ma l’alveare-tronco ancora non era completo. La rifinitura finale spettava a un fabbro ed un intagliatore professionista. Il maestro fabbro, dietro compenso in barattoli di miele, mi ha realizzato delle cerniere forgiati su misura per appendere la porta segata dal tronco. Ci sono voluti mesi di attesa, ma il risultato è stato superiore ad ogni aspettativa. Rimaneva solo l’intaglio decorativo. Dopo che mia moglie mi aveva fatto capire che un cubo tondo non era una buona idea, ho lasciato perdere l’autoproduzione e mi sono affidato a un professionista. Il sabato mattina è arrivato e la sera tutto era perfetto. L’opera artigianale era pronta, mancava solo una mano di vernice con filtro UV. Incredibilmente, il tronco ha assorbito ben due barattoli di vernice. L’unica cosa ancora da fare era insediare le api. Da un nucleo forte a 10 telaini preparato l’anno prima, ho riempito facilmente i due livelli dell’alveare-tronco, disponendo 22 telaini.
Al momento opportuno aggiungerò ancora il terzo livello, riservato per la produzione del miele.

Un tronco alveare non è certo un lavoro ultra-preciso da macchina: ho voluto preservare la naturalezza delle forme del legno. Il suo costo è di molto superiore a quello di una bella arnia moderna. Ma tutta quella fatica è stata ricompensata. Ora ho qualcosa di cui andare fiero, che potrà restare qui ancora per i prossimi 200 anni. Dite voi, non vale la pena impegnarsi per una soddisfazione simile?

Dal periodico “Apicoltura”.
Roman

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